FEMMINICIDIO: oggi presentata la Proposta di Legge.

Azioni penali e interventi di prevenzione. Finanziamento dei centri antiviolenza e banca dati.

 Vicenza, 24 novembre 2012. «In Italia ogni due giorni una donna viene uccisa, uccisa in quanto donna. Per un totale che supera le 100 vittime dall’inizio del 2012, dato destinato ad aumentare se non si adotta quanto prima una legge organica che metta al centro, oltre ad azioni penali, interventi di prevenzione dal punto di vista sociale e culturale». Così Daniela Sbrollini, che questa mattina ha presentato, presso la sede provinciale del Partito Democratico, la proposta di legge contro il femminicidio che porta come prima la sua firma, seguita da quella del segretario Bersani e di molti esponenti del Pd.

Sono intervenuti alla conferenza stampa, dando il loro significativo contributo, l’assessore Francesca Lazzari, la consigliera per le Pari Opportunità Cristina Balbi, la segretaria regionale del Pd Rosanna Filippin, il segretario provinciale Federico Ginato, e per il coordinamento delle donne democratiche, Marina Petroni e la responsabile provinciale Claudia Longhi.

A gran voce e con competenza, i presenti hanno sviscerato il tema della violenza sulle donne.

Se in Italia, negli ultimi anni, il numero complessivo degli omicidi è diminuito, i femminicidi sono in costante aumento. Si tratta di prostitute, vittime di tratta, mogli, conviventi, fidanzate. Inoltre, un problema correlato, ma sommerso, è quello dei tentati femminicidi e dei suicidi per motivi legati al genere.

Non è possibile derubricare le morti delle donne per mano maschile come dei semplici atti di violenza omicida. Quei delitti rispondono al nome di Femminicidio, definizione lontana dal voler essere etichettata come ‘macchinazione di un gruppo di femministe’, etichetta che contribuirebbe ad alimentare il latente negazionismo che sembra affiorare quando si parla di questioni che implicano le relazioni tra i generi, e che impedisce di arrivare al cuore del problema. La sottovalutazione sociale del fenomeno va nella direzione della giustificazione dello stesso: accade così che vengano tollerate singole forme di sessismo e disprezzo contro le donne, forme mascherate da ‘scherzo’ che alimentano la costruzione di una base culturale in cui è già insita la violenza. Infatti, raramente la violenza è frutto di un ‘raptus’ e troppo spesso è, invece, collegata ad una concezione culturale, da combattere ed estirpare, che impedisce agli uomini di riconoscere alle loro mogli, compagne, figlie, madri, sorelle, un ruolo da protagoniste, intrappolati in una società ancora prevalentemente patriarcale (basti vedere la preminenza di uomini nei posti di comando della stessa politica). Occorrono misure di prevenzione sociale e culturale, oltre ad azioni penali specifiche, perché la mancata protezione si traduce in un fallimento da parte dello Stato.

Come affermato nella Convenzione di Istanbul, firmata dall’Italia (urge adesso la ratifica), la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani oltre che una forma di discriminazione. In questo contesto di diseguaglianza, è indispensabile un investimento certo e sicuro nei Centri antiviolenza e nel sistema dei servizi di prevenzione. Si rende inoltre necessaria la creazione di un’unica banca dati che unifichi tutte le informazioni. Oggi non è così. Le forze dell’ordine hanno sistemi divisi e i dati non sono disaggregati per genere e per grado di parentela, e questo rende difficile l’azione di prevenzione, impedendo alle forze dell’ordine e all’intero sistema dei servizi antiviolenza di reperire in tempi rapidi le notizie sulle vittime e sugli autori dei reati. È strategicamente importante monitorare i dati, perché nella maggior parte dei casi, le forme estreme di violenza non sono atti isolati, ma il gesto finale di una o più violenze psicologiche, economiche o fisiche pregresse.

La legislazione italiana ha prodotto negli ultimi anni alcune norme a tutela della donna. Ricordiamo la Legge 66/1996 contro la violenza sessuale, e ancora, le norme contro il mobbing e più recentemente contro lo stalking. Oggi è importante unire le forze e non disperdersi. La necessità di avere una sola voce si unisce a quella di dotare l’Italia di una legge organica che agisca con azioni penali, e ancor prima sul tessuto sociale e culturale grazie a interventi di prevenzione che educhino al rispetto non solo della donna, ma della persona in quanto tale. Pensiamo, ad esempio, al profondo disagio cui molte persone sono sottoposte a causa dell’omofobia diffusa. Anche su questa materia urge una legge.

La proposta di legge presentata oggi prevede: una serie di misure volte a sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto al fenomeno della violenza di genere e a promuovere una rappresentazione della donna come soggetto portatore di una propria soggettività e dignità da rispettare; l’adozione di iniziative scolastiche contro la violenza e la discriminazione di genere, nonché protocolli d’intesa promossi dalle prefetture tra soggetti istituzionali, quali province, comuni, aziende sanitarie, consigliere di parità, uffici scolastici provinciali, forze dell’ordine e del volontariato che operano sul territorio; la creazione di una banca dati per un monitoraggio costante del fenomeno; la tutela della vittima con garanzie peculiari nel rapporto con le forze dell’ordine al fine di evitare fenomeni di vittimizzazione secondaria; l’adeguamento delle strutture sanitarie attraverso la formazione di operatori specializzati e preparati ad accogliere, sostenere e soccorrere le donne vittime di tali abusi; una tutela peculiare anche sul piano previdenziale e lavorativo, inserendo tra i livelli essenziali delle prestazioni di accoglienza e socio-assistenziali, le attività volte a fornire misure di sostegno alle donne vittime di violenza sessuale, stalking e maltrattamenti; norme penali, con puntuali modifiche alla disciplina della violenza sessuale e l’estensione delle aggravanti sia per lo stalking (anche alle ipotesi in cui il fatto sia commesso dal coniuge, anche se separato solo di fatto) sia per discriminazione di genere, con la possibilità, per l’amministrazione penitenziaria, di realizzare programmi specifici di riabilitazione per i detenuti condannati per delitti contro la libertà sessuale e la personalità individuale. Un altro punto importante è la sostenibilità economica, per cui ciascun settore coinvolto potrà avvalersi delle competenze già maturate in ogni ambito, valorizzandole e indirizzandone una parte alle iniziative contro la violenza di genere. Un modello di questo tipo è fondamentale per creare una dinamica lavorativa che combini le singole competenze in équipe interdisciplinari capaci di offrire un approccio integrato in importanti settori quali l’istruzione pubblica e la sanità.

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