Infanzia, l’Italia tradisce la Convenzione Onu


di Daniela Sbrollini

La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ci lancia due sfide: la prima è quella di considerare il bambino un titolare di diritti; non solo, quindi, un soggetto da tutelare ma anche una persona con una sua specificità giuridica. La seconda è di costruire un sistema universale di diritti per il bambino, che valga ovunque, a prescindere dal luogo dove esso nasce o vive. Perché vada oltre i principi, e diventi fatto reale, la Convenzione deve essere ratificata ed attuata da ogni singolo Paese. L’Italia ha ratificato e resa esecutiva la convenzione nel 1991, con la legge 176. L’art. 44 della Convenzione stabilisce che gli Stati sono tenuti a sottoporre al Comitato Onu, entro 2 anni dalla ratifica e successivamente ogni 5 anni, un Rapporto sullo stato di attuazione della Convenzione nel proprio Paese. Ad oggi l’Italia ha presentato solo tre Rapporti governativi: il primo nel 1995, il secondo nel 2000 ed il terzo nel gennaio 2009.

A vent’anni dalla ratifica della Convenzione e dopo appena tre rapporti sulla sua attuazione, il quadro che ne esce è piuttosto sconfortante. A detta di osservatori ed esperti, le politiche per l’infanzia e l’adolescenza in Italia hanno mancato di organicità, di strategia, di centralità; esiste una frammentazione delle responsabilità tra diversi Ministeri e dipartimenti, oltre che tra Stato, Regioni ed enti locali, e sono mancati strumenti fondamentali per la pianificazione di un approccio politico di sistema al tema infanzia.

L’Italia ha adottato un Piano nazionale Infanzia nel 2003, e poi più nulla per anni, nonostante la legge ne prevede uno ogni due anni. Per avere un nuovo Piano infanzia abbiamo dovuto attendere il 2011. Il nuovo Piano è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 9 maggio scorso. Il documento contiene le linee strategiche fondamentali e gli impegni concreti che il Governo intende perseguire per infanzia e adolescenza. Si muove lungo quattro direttrici: consolidamento della rete dei servizi, rafforzamento della tutela dei diritti, sostegno alla partecipazione, promozione dell’integrazione degli immigrati. I suoi contenuti sono, in buona parte, condivisibili.

Il problema è che si tratta di una scatola vuota. Il Governo, per l’attuazione del Piano, non ha messo un euro. Si tratta sostanzialmente di una lunga dichiarazione di principio, un elenco di buone intenzioni.

Politiche reali, zero. Soldi, zero. Azioni concrete, zero.

Non solo non c’è alcun investimento sul Piano infanzia ma c’è, poi, da parte di questo Governo, con le varie manovre finanziarie, una sistematica, sostanziale, riduzione, di tutte le coperture economiche che attengono il welfare, la famiglia, e quindi i minori. La spesa in Italia per il welfare sfiora l’1,2% del Pil contro il 2,4 % della media europea. L’obiettivo della UE è arrivare a coprire almeno il 30 % del fabbisogno di asili nido a livello nazionale, ma il nostro Paese è fermo all’11 %. Il Governo Prodi aveva stanziato, con la finanziaria 2007, ben 727 milioni di euro in 3 anni per la costruzione di nuovi asili nido; nel 2009 il Fondo si è ridotto a 100 milioni mentre nel 2010 e ancora, per quest’anno, il governo Berlusconi non ha previsto neanche un euro per i servizi all’infanzia. Il Fondo per le politiche sociali può contare quest’anno solo su 273 milioni contro i 929 del 2008, per non parlare delle politiche per la famiglia i cui stanziamenti sono ridotti a 52 milioni contro i 346 di tre anni fa. Zero euro quest’anno per i non autosufficienti che solo l’anno scorso potevano contare su 400 milioni, mentre le politiche giovanili sono passate a 94 milioni del 2008 ai 32 per il 2011.

Colpi mortali, che si aggiungono a quelli sulla scuola, e ai tagli recenti a deduzioni e detrazioni  che si ripercuotono sui territori, sulle famiglie, sulla condizione reale di vita della gente. A poco serve, quando si tagliano in questo modo le risorse, varare fantomatici Piani o istituire figure, di per sé importanti ma svuotate di senso, come il Garante per l’Infanzia, che pure abbiamo contribuito a creare benché avessimo in mente ben altro profilo, con ben altri poteri e spazi.

Eppure gli indicatori demografici e di ricchezza ci dicono che in Italia c’è quanto mai bisogno di sostegno, di welfare, di aiuto alle famiglie. Il sostegno sociale è anche aiuto ai minori, percorso di integrazione. Un tema per tutti è quello dei minori stranieri. L’attuale ripresa in Italia della fecondità (1,41 figli per donna), in atto dalla metà degli anni Novanta, è da ascrivere principalmente alla popolazione straniera. L’incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati della popolazione residente è infatti passata dall’1,7% al 13,6%, cioè da poco più di 9 mila nati nel 1995 a più di 77 mila nel 2009. Nel 2008 la popolazione minorile straniera residente rappresentava il 7,5% della popolazione minorile (pari a 760.733). Un tema, quello dell’integrazione, che il Governo mostra di non avere minimamente capito, e su cui non ha costruito alcuna azione, violando, nello spirito e nei fatti, la Convenzione Onu proprio nel suo ventesimo anno di vita.

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